#13 Il Mondo finirà tra 5 miliardi di anni ma nel frattempo servono più alberi
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Le frasi della puntata
Ad oggi nessun modello scientifico può prevedere una data. In pratica, non lo so.
Il cervello è visto come il centro dell'identità. Quindi intervenire su di esso solleva più interrogativi etici.
Pad, io l'ho perso dieci minuti fa. Mi dai una mano? Cosa sta dicendo Alessandro?
Chiaro che possiamo impacchettare delle città e climatizzarle, però, forse, anche a metterci quattro alberi.
Di cosa parliamo
Daniele apre con la domanda più grande di tutte: quando e come finirà il mondo? PAD, per l'occasione in una versione più leggera su ChatGPT, risponde con un'onestà disarmante: non lo so. Poi i fatti: il Sole tra circa cinque miliardi di anni, gli asteroidi tenuti d'occhio e perfino deviabili, come ha dimostrato la missione DART, e il caldo di questi giorni, che a Daniele sembra una causa molto più probabile.
Ma la puntata vuole parlare di un'altra fine, o meglio di una trasformazione: l'integrazione tra uomo e macchina. Pacemaker, protesi, esoscheletri, Neuralink impiantato su un paziente tetraplegico. Una valvola cardiaca di maiale non ci turba, un chip nel cervello sì: perché il cuore lo pensiamo come una pompetta, il cervello come il luogo dove abita la nostra identità.
Da qui il libero arbitrio — il cervello come un insieme di tantissime mele che cadono seguendo le leggi della fisica — e la paura di Terminator: è condizionamento della fantascienza o un rischio reale? Per Daniele il pericolo non è più il cyborg di carne potenziata, ma un'intelligenza completamente artificiale, magari coltivata male.
In chiusura PAD immagina un uomo qualunque fra trecento anni, in una piazza sospesa con una guida AI fluttuante. Daniele chiede soltanto: e che temperatura ci sarà? La risposta che mette tutti d'accordo è la più semplice: qualche albero in più.